Il mistero della morte, per vivere con gioia

Un approccio fenomenologico e psicologico alla morte

Un approccio fenomenologico e psicologico alla morte


Da quando è entrata nel mondo, la morte è grande mistero.

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Ha sempre fatto paura perché indica un limite, un valico insuperabile e invincibile. Per questo l’uomo di sempre guarda alla morte con un interrogativo che sfida la resistenza umana. Da qui possono derivare atteggiamenti apparentemente contrastanti nei confronti del fine vita: paura, disprezzo, vendetta, abbandono fiducioso, disperazione, speranza, o tutti insieme in un alternarsi continuo. Se Francesco la chiama «sorella» è anche perché gli interrogativi che ci pone la morte possono far scoprire (o riscoprire) il senso della vita.

In quelle che personalmente ritengo le sue due opere principali, Logoterapia e analisi esistenziale e Teoria e terapia delle nevrosi, Frankl, fondatore della terza suola di psicoterapia viennese, spiega bene come l’approssimarsi consapevole della morte possa aiutare a recuperare il senso dell’intera vita, con quelli che definisce valori di atteggiamento. 

Quando l’ineluttabile bussa alla porta, quando una malattia incurabile avanza inesorabile, quel che ho fatto, quel che sono stato, si erge in piedi e resta, non va perduto, resta per chi se ne sta andando e per chi rimane. Si attua così un valore che trascende le circostanze e i limiti dell’umana natura. Allo stesso modo, accompagnare una persona cara alla morte pone interrogativi di senso anche ai famigliari e amici; quel che è stato o stata, quel che si è fatto insieme, quel che si sarebbe potuto fare, ma non si è fatto, sono tutti elementi cui è possibile rispondere solo in una dinamica necessariamente di senso, con un atteggiamento, appunto, trascendente. 

Attraverso la morte, l’Io torna a rivolgersi a un Tu che, a seconda della filosofia di vita del soggetto, può trascendere in senso verticale, Dio, o in senso orizzontale, gli altri, o in entrambe le direzioni.

Negazione della morte per paura

Queste sono possibilità, ma la psiche umana non è così semplice e sono innumerevoli gli stimoli che può ricevere, dall’esterno e dall’interno, a influenzare la chiave di lettura degli ultimi momenti. Innanzitutto il suo vissuto interiore, con possibili sensi di colpa, di inutilità, di frustrazione. Poi il tessuto sociale e culturale in cui si è immersi.

La prima reazione è paura. Perché non si conosce la morte e ci si riconosce fatti per la vita. Anche chi desidera la morte, in realtà non la desidera: nessuno desidera morire. Il desiderio di morte è la proiezione di un desiderio di cambiamento. Sono in una situazione ineluttabile, di angoscia psichica o spirituale, o di dolore fisico non contenuto, non lenito, desidero morire perché mi pare l’unica via che allievi il mio dolore. Anche Gesù ha avuto paura della morte, pur desiderandola come strumento di salvezza.

Questa paura della morte provoca diversi atteggiamenti, psicologici e sociali.

La vicinanza della morte, mia o di una persona cara, può portare alla negazione come via di fuga. Il parente che non si avvicina al letto del moribondo, il paziente ormai terminale, che nega testardamente l’ineluttabile. Ma anche originare situazioni più complesse: richiedere terapie sproporzionate o futili, come la richiesta di un trapianto in una persona che non può più sopportare interventi chirurgici, o l’idratazione e alimentazione forzata in un paziente oncologico che scivola in coma terminale. 

Occorre tener presente che ormai da qualche anno negli hospice, nel momento in cui il paziente passa al coma terminale, si sospende l’idratazione lasciando, se necessario, un po’ di sedazione. Il medico si trova così ad affrontare situazioni per certi versi nuove perché il progredire della scienza ha portato a esse. E lo stesso medico è chiamato a proporre al paziente e indirettamente ai suoi parenti terapie proporzionate e utili, cioè giustificate e suggerite dalle aspettative prognostiche. Domande nuove, quindi, cui anche il direttore spirituale, laico o sacerdote che sia, è chiamato a saper rispondere se interrogato in proposito.

L’attuale dramma del Covid-19 induce talvolta il medico a compiere gesti che, pur portando a morte repentina il paziente, sono tuttavia necessari (come togliere il casco C-PAP [Continous Positive Airway Pressure] al paziente i cui alveoli non possono più rispondere all’aumentato apporto di ossigeno che arrecherebbe solo ulteriori sofferenze), recando un serio stress all’equilibrio psico-emotivo dell’operatore sanitario.

Ariès, nel suo libro Storia della morte in occidente, parla di morte addomesticata, intendendola come accettata, accompagnata, dal singolo e dalla famiglia e dalla società. I suoi sono riferimenti storico letterari, ma anche nella nostra storia personale possiamo vedere come sia di insegnamento l’esempio di una pacifica accettazione della morte, il non nasconderla, ma sopportarla con pudore e signorilità. G

li stendardi funebri che si usavano fino a decenni fa hanno fatto il loro tempo, così come le donne piangenti, spesso prezzolate, che accompagnavano i feretri. Il dolore composto, l’addio nella speranza di un arrivederci, segnano la morte del cristiano a testimonianza di un senso che supera la morte stessa. È infatti nella morte e risurrezione di Cristo che la morte di ogni individuo trova il suo significato vero e ultimo.

I bambini e le fiabe

Una categoria di persone cui ai nostri tempi si cerca di nascondere la morte, è costituita dai bambini. Si teme il trauma, lo spavento eccessivo. Eppure, specie a cavallo tra ‘800 e ‘900 abbiamo avuto un insieme di fattori culturali che hanno portato a trattare con maggior dimestichezza gli ultimi momenti della vita terrena. Sto parlando delle fiabe.

La fiaba non è scritta per i bambini, ma per chiunque abbia la capacità di coglierne i significati, sempre posti su molteplici piani, e divenire così strumento di poesia e di comunicazione di contenuti pregnanti. L’edulcorazione di alcune fiabe compiuta dalle produzioni Walt Disney non ha facilitato questo. Ma se andiamo a rileggere le fiabe autentiche raccolte dai fratelli Grimm, ci rendiamo conto della crudezza delle situazioni. La morte è sempre presente. Specialmente e proprio nella vita dei bambini.

Perché piacciono ai bambini? Cappuccetto rosso e sua nonna sono divorate dal lupo; a Biancaneve la matrigna, prima di avvelenarla con la mela, le conficca nel cranio un fermacapelli (e ancora non muore), la soffoca stringendole a morte il corsetto (e ancora non muore); Pollicino è abbandonato dai genitori e la morte è sempre accanto a lui, sarà salvato dalla sua furbizia; Cenerentola è tanto disprezzata dalla matrigna e dalle sue figlie che solo la sua saggezza le permette di sopportare esistenzialmente la situazione senza lasciarsi andare (per un certo periodo della sua vita Caterina da Siena si venne a trovare in circostanze analoghe). Perché queste situazioni piacciono ai bambini?

Innanzitutto il bambino percepisce di essere reso partecipe del mondo degli adulti, perché la fiaba appartiene al mondo degli adulti. In secondo luogo perché la morte diviene catarsi della vita, spiegando situazioni altrimenti poco affrontabili dagli strumenti intellettuali del bambino. Così Tolkien nel colto saggio Sulle fiabe può, tracciando le conclusioni del suo pensiero, parlare di eucatastrofe della storia dell’umanità, in riferimento alla nascita di Cristo, e di eucatrastofe della redenzione, in riferimento alla passione, morte e risurrezione dello stesso Cristo.

I giovani e il suicidio

Una categoria di persone cui la morte provoca frequentemente un atteggiamento di amore e odio insieme sono i giovani. Come dicevamo, nessuno desidera davvero il suicidio; questo diviene appetibile solo nel momento in cui dolore e/o angoscia fisici, psichici, spirituali appaiano ineluttabili e senza soluzione, o qualora si crei un indotto culturale che rende amabile il rischio e quindi ancor di più il rischio estremo. In certi casi davvero mors et vita duello conflixere mirando. Si accorse di questo un Papa particolarmente attento a tali temi: Giovanni Paolo II.

Durante un suo viaggio negli Stati Uniti negli anni Ottanta, una ragazza gli chiese come vincere la tentazione del suicidio, che colpiva tanti coetanei. Giovanni Paolo II non si scompose, la guardò negli occhi e semplicemente le disse: «You have to resist!». Ci si sarebbe potuti attendere un’apologia sul senso cristiano della vita, una catechesi sulla vita eterna; invece un semplice: «Dovete resistere!». Quanta saggezza umana e spirituale in quella risposta. Con quattro parole Wojtyla significò che le risorse per rispondere a quella cruda domanda sono proprio dentro la persona ed è dentro di noi che possiamo trovarle, sottolineando così la grandezza della persona umana e, quindi, della vita umana.

Lo stesso Wojtyla dedicò due Giornate Mondiali della Gioventù al tema della vita: Santiago de Compostela (1989: Io sono la via, la verità e la vita) e Denver (1993: Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza).

Le mete del pellegrinaggio erano metaforicamente opposte; Santiago, la capitale del pellegrinaggio classico, la meta del lungo e difficile «camino»; Denver, il cuore dell’America postmoderna. A tessere la trama che univa le due mete, il tema della vita nel suo intrecciarsi con la morte, il chicco di grano che, se muore, porta molto frutto, in quella dinamica del dono che è stata perno della predicazione wojtyliana: «Servir; ser vir: ser hombre para los demas!» («Servire, essere vir: essere uomo per gli altri!»).

L’inganno del peccato

Davvero oggi la morte è nascosta o impudicamente esibita e portata nelle case di tutti, per ragioni ideologiche o per fanatismi assassini, come le efferate decapitazioni compiute dai seguaci dell’Isis. La radice di tutto questo, penso, possiamo ritrovarla molto semplicemente nell’inganno del peccato originale: il desiderio di impossessarsi della vita (vedi la fecondazione in vitro) e della morte (vedi l’eutanasia), senza sapere cos’è la vita e senza sapere cos’è la morte. Perché in realtà sia la vita sia la morte trovano il loro senso compiuto soltanto per Cristo, con Cristo e in Cristo, Verbo incarnato.

Ma chi ragiona onestamente, al di là di ogni ideologismo, sa comprendere pregi e limiti antropologici dell’oggi, tanto che M. Houellebecq ha potuto così intitolare uno dei suoi articoli apparsi su Le Figaro: Une civilisation qui légalise l’euthanasie perd tout droit au respect.

Massimo Bettetini


Fonte: Rivista Studi Cattolici


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