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Celibato sacerdotale e personalità matura

Autotrascendenza e celibato sacerdotale
Prospettiva psicologica  Wenceslao Vial Mena
Introduzione             La nozione psicologica di autotrascendenza (Selbst-Transzendenz) indica la capacità essenziale dell’essere umano di uscire da sé, di superare i suoi condizionamenti interni ed esterni e dirigersi verso le realtà oggettive. È una disposizione costitutiva verso la trascendenza. Se il termine sono gli altri, sarà orizzontale; se è Dio, verticale. Si collega con la volontà di senso, quale movente dell’agire umano, che spinge alla ricerca del significato dell’esistenza. Alla luce dell’Assoluto, è un compito che ci aspetta e al quale siamo chiamati[1].
            In teologia quest’idea si può trovare ovunque: si parla all’uomo che s’interroga sull’esistenza, «con la sua apertura alla verità e alla bellezza, con il suo senso del bene morale, con la sua libertà e la voce della coscienza, con la sua aspirazione all’infinito e alla felicità»[2].
         L’essere umano fin da piccolo ha…

Conoscere la psicologia senza essere psicologi

Conoscere la psicologia senza essere psicologi, Psicologia e vita cristiana
Fonte: Notizie dalla Santa Croce, XXXI, Settembre 2016, pp. 88-89

 Una fessura nella dimensione fisica, psichica o spirituale incide su tutta la persona; per questo a volte non è facile identificare la causa del disagio. Davanti al dubbio, un buon medico saprà orientare verso un sacerdote, e un direttore spirituale verso un professionista della salute quando lo considera prudente. Parliamo di questi argomenti con Wenceslao Vial, medico e sacerdote, docente di psicologia e vita spirituale nella Facoltà di Teologia, autore del libro Psicologia e vita cristiana. Cura della salute mentale e spirituale, tradotto anche in spagnolo.

Perché è importante per sacerdoti, educatori e formatori sapere collegare la psicologia alla vita spirituale?
 Spesso, chi soffre per sentimenti di colpa patologici, oppure sprofonda nella disperazione o nell’angoscia, non andrà per prima cosa da un medico o da uno psicologo, ma da un amico, da un insegnante, da un sacerdote. Da qui l’importanza di essere preparati e saper indirizzare la persona, se il caso lo richiede, verso altre forme di assistenza. Una profonda conoscenza dell’essere umano implica conoscere la psicologia, senza per questo essere degli psicologi: sarà la scienza di un buon padre o madre. Chi accompagna altri nel loro cammino verso la maturità umana e spirituale ha la responsabilità di formarsi nella comprensione della persona e della moralità. Così, potrà dare i consigli più adatti e saprà discernere e guidare. L’autentica e piena autorealizzazione è possibile solo quando si sceglie e si agisce secondo il bene morale. 

Come scoprire se una persona ha bisogno di un medico, di uno psicologo o di un sacerdote?
 In alcuni casi è semplice, come quando si ha mal di stomaco o si soffre di un particolare delirio. In altri, la situazione è così complessa che non è facile rispondere in poche parole.
Spesso sono utili il medico, per affrontare le malattie stesse; lo psicologo, che aiuta a scoprire e superare i conflitti e a trovare dei potenziali pensieri distorti; e il sacerdote, che mostra Cristo come Modello e sarà lo strumento perché la persona riceva la grazia di Dio. Non ci sono delle ricette sempre efficaci, perché ogni persona è unica e irripetibile.

Alcuni suggerimenti concreti?
Il primo è capire quale sia il problema e la radice che sta alla base del sintomo: spesso sarà una cattiva idea di noi stessi, considerarsi inutili, eventi passati che tormentano, o l’incapacità di perdonare. Se non si riesce ad arrivare rapidamente alle cause, decifrarle e alleviare il disagio, sarà più importante cercare l’aiuto di esperti e lasciarsi guidare dalle persone che ci amano. Se ci sono sintomi come indifferenza di fronte a tutto, apatia o eccessivo nervosismo, che si prolungano per settimane nonostante si seguano i consigli di un sacerdote o del direttore spirituale, può essere prudente consultare un medico o uno psicologo.

Come anticipare alcuni segnali di pericolo?
L’ansia, le ossessioni, lo scoraggiamento mantenuto nel tempo, l’impulsività e le reazioni sproporzionate sono alcuni di essi. Molte volte, quando sentiamo l’allarme di una macchina o di un palazzo, non andiamo a vedere cosa succede… Questo non dovrebbe accadere mai se avvertiamo in noi o negli altri un segno di sofferenza. Dobbiamo trovare ciò che ha fatto scattare l’allarme: un problema fisico, psicologico o spirituale. Bisogna tener presente che se non si risponde in tempo, questi allarmi o sintomi psico-fisici smettono di essere utili e paralizzano la vita spirituale, con l’esaurimento fisico ed emotivo. Si è coniato il termine di burnout (essere bruciato), per definire uno stato di umore basso associato allo stress di alcune professioni di servizio – infermieri, casalinghe, medici, insegnanti, poliziotti, sacerdoti... –, in cui la persona sente che il suo sforzo è poco ricambiato, e crolla. Influisce il modo di essere o la personalità previa che rende difficile eseguire i compiti con ordine e misura. Spesso queste persone sono perfezioniste e insicure, troppo  auto-esigenti, con poca tolleranza per la frustrazione o senza capacità di gestire umilmente il successo, che vogliono fare di più di quanto sarebbe prudente.

È possibile vivere la fede in maniera patologica?
Ci sono diversi modi anormali di vivere la fede. Il primo e ovvio è quello di imporre il proprio credo con la violenza. Il secondo, più diffuso e dissimulato, è quello di vedere Dio come uno spray, per usare un’espressione di Papa Francesco: cioè, come un deodorante per ambienti o qualcosa che serve soltanto in certi momenti, magari in occasione di matrimoni e funerali, ma è assente dalle attività quotidiane, dall’onestà nel lavoro, dal divertimento, dall’aiuto ai più bisognosi. Qui inizia la strada della doppia vita, dei piccoli egoismi che terminano in grandi; ed è il contesto di un altro estremo pericoloso: chi pensa che la sua fede, la sua religione, è così intima e personale, che non parla mai di essa con nessuno. Un terzo modo patologico di vivere la fede, più legato alla sfera psicologica, si vede in persone con importanti disturbi nel loro modo di essere. Non mi riferisco a “normali difetti” che tutti noi abbiamo, ma a delle patologie che si formano nel corso degli anni. Tra queste, è frequente il perfezionismo di coloro che credono e vogliono fare le cose bene, ma troppo bene. Per loro c’è un solo modo di tagliare l’erba, un solo modo di fare un dessert e servire i piatti, un solo modo di pregare. Vi è rimedio, se si vuole uscire, anche se non è semplice né immediato. Un’altra anomalia comune è trasformare la fede in superstizione. Ci sono delle persone che cercano degli dei a loro misura: tori, bambole, stregoni, maghi..., a volte per non dover rispondere a un Dio personale.

Serve la fede per lo sviluppo di una personalità matura?
Le caratteristiche di una personalità matura si possono trovare in chiunque, e non sono diverse dalla maturità cristiana. Fin dall’antichità greca lo sviluppo si basa su una buona conoscenza di se stessi. Tuttavia, il cristiano gode di alcuni vantaggi perché ha un modello, Cristo, che lo favorisce. Non si ferma all’immagine offerta da uno specchio, ma guarda una persona e cerca di assomigliarla. In Cristo, trova le chiavi per decifrare i dilemmi dell’esistenza, tra cui la sofferenza. Senza la fede in un futuro eterno, è più facile farsi travolgere dai falsi beni, dalle scintille di piacere, e scivolare nella disperazione.

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