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Giovanni Paolo II formazione e virtù



DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI PROFESSORI E AGLI ALUNNI DELLA PONTIFICIA  UNIVERSITÀ «SAN TOMMASO D'AQUINO»
Giovedì, 24 novembre 1994

 Cari Religiosi, Insegnanti ed Alunni dell’Angelicum!
1. Sono lieto di trovarmi per la seconda volta in mezzo a voi, in questa Università che anch’io, da giovane, ho frequentato. Rivolgo un cordiale saluto al Gran Cancelliere, P. Timothy Radcliffe, che ringrazio per le gentili parole di benvenuto, al Magnifico Rettore, ai docenti ed agli studenti, mentre con pensiero affettuoso intendo altresì raggiungere, da questo prestigioso centro di studi, i membri dell’intera Famiglia domenicana.
 Alle soglie del terzo millennio, guardando alle gloriose tradizioni di santità e di cultura dei Frati Predicatori, recentemente richiamate dalle beatificazioni del P. Hyacinthe-Marie Cormier, Generale dell’Ordine e fondatore del Nuovo Collegio Angelico e di due religiose della stessa Famiglia, Suor Marie Poussepin e Suor Agnès de Jésus Galand de Langeac, vorrei ripercorrere con voi le tappe del grande contributo all’evangelizzazione dato dai figli di San Domenico, per soffermarmi su ciò che oggi essi sono chiamati ad offrire alla Chiesa e al mondo nell’impegno della nuova evangelizzazione.
 2. La fiorente vitalità dell’Ordine si è maggiormente espressa, lungo la storia, quando ha più intensamente condiviso l’appartenenza alla Chiesa e la partecipazione alla sua missione. San Domenico, “vir qui vivit in medio Ecclesiae”, ha posto al centro della vostra Regola il carisma dell’evangelizzazione, l’Uffizio del Verbo, come dirà Santa Caterina da Siena, scegliendo per i suoi confratelli la vita degli Apostoli: “Nos oportet orationi et ministerio verbi intentos esse” (At 6, 4), in piena a costante obbedienza ai Successori di Pietro.
 Mi piace evocare in particolare tre fasi salienti, in cui il carisma dell’evangelizzazione è stato vissuto dal vostro Ordine con particolare impegno: l’ardore missionario degli inizi verso i popoli dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia; l’annuncio evangelico nelle terre del nuovo Continente durante il secolo sedicesimo; lo slancio apostolico dell’Ordine in Francia dopo la rivoluzione, ad opera specialmente del P. Lacordaire e, in seguito, del P. Cormier.
 Il servizio reso dall’Ordine dei Predicatori all’opera missionaria nel secolo tredicesimo è davvero singolare. Con gli Ordini Mendicanti, infatti, la Chiesa organizzò in modo consistente le missioni “ad gentes”, oltre i confini del mondo conosciuto. Il Vangelo venne annunziato non soltanto in tutti i paesi dell’area mediterranea, ma fu portato anche in tanti paesi dell’estremo Oriente.
 Fin da allora iniziò il dialogo con l’Islam e si approfondì quello con gli Ebrei. Se a questo slancio missionario, si aggiunge lo sforzo dei teologi domenicani per promuovere il servizio della catechesi, abbiamo un panorama completo dell’opera d’inculturazione del Vangelo intrapresa in modo esemplare nel secolo tredicesimo con il valido apporto del carisma domenicano.
 In occasione del V Centenario dell’Evangelizzazione dell’America è stato opportunamente ricordato il prezioso contributo dato in quell’occasione alla causa del Vangelo dalla Famiglia domenicana. Lo testimoniano figure luminose quali Antonio Montesinos, Pedro di Cordova, Bartolomeo de Las Casas e Juan Solano, Vescovo di Cuzco, che nel 1575, presso Santa Maria sopra Minerva, fondò il Collegio di San Tommaso per rispondere alle sfide dell’inculturazione.
 Dopo le ferite della Rivoluzione francese, la rinascita dell’Ordine vide la ripresa dell’osservanza regolare e il ritorno allo studio e all’apostolato specialmente ad opera del P. Lacordaire. Successivamente, con il sostegno e l’incoraggiamento del Papa San Pio X, il P. Cormier svolse un ruolo decisivo per il rilancio del carisma domenicano nel secolo ventesimo. Con fedeltà e amore alla Chiesa, egli promosse l’impegno dell’evangelizzazione fondando a tal fine il Nuovo Collegio Angelico a Roma e sostenendo con forza la Facoltà di Teologia di Friburgo, come pure la nascente Scuola Biblica di Gerusalemme.
 Di questa fecondità del rinnovato carisma domenicano sono splendido esempio anche le due religiose della vostra Famiglia, che ho avuto la gioia di elevare all’onore degli altari. È noto, infatti, l’impegno nell’America Latina delle Suore domenicane della Presentazione, fondate da Marie Poussepin e la carica di ardore apostolico lasciato da Suor Agnès de Jésus Galand de Langeac, madre spirituale ed ispiratrice del fondatore dei Sulpiziani.
 3. Su tale scia si colloca l’attuale vostro impegno nella nuova evangelizzazione. Si tratta di alimentare la fiaccola dell’annuncio cristiano nel contesto di una opportuna inculturazione della fede. Gli apostoli della nostra epoca hanno davanti uno scenario ben diverso da quelli del passato e dispongono di inedite e ben più idonee risorse culturali e scientifiche. Ma nel momento del passaggio dal secondo al terzo millennio è forte la consapevolezza della crisi della cultura moderna, come pure la coscienza delle responsabilità dei cristiani nell’attuale contesto. Compito senz’altro arduo che pone i credenti, in maniera particolare, di fronte a tre grandi categorie di uomini in difficoltà: coloro che ancora non credono, coloro che sono nati nel contesto di popoli cristiani tra i più fedeli, ma che oggi non credono più, e coloro che, avendo il dono della fede, non sono in grado di conformare la propria vita al Vangelo. Davanti a tale realtà la nuova evangelizzazione impone un nuovo slancio missionario per risvegliare le coscienze, orientandole verso Cristo, Redentore dell’uomo.
 Cari Padri Domenicani, ecco il vostro compito: prendete parte attiva alla nuova evangelizzazione! Il vostro carisma di studio della parola di Dio e delle realtà umane può prestare un valido servizio oggi, come avvenne nel passato. La fedeltà al carisma vi sollecita alla approfondita comprensione della realtà culturale del presente, alla denuncia profetica delle deviazioni intellettuali e morali, e all’inculturazione della fede.
 4. Una lettura cristiana della presente situazione culturale non può non percepirne la crisi profonda, che è soprattutto crisi della ragione. Molti, oggi, sono portati a riconoscere soltanto il ruolo strumentale della ragione, in ordine alla comprensione scientifica della realtà e all’applicazione tecnologica dei suoi risultati, escludendo dalla sua competenza la dimensione morale e quella trascendente. In tal modo l’uomo corre il rischio di rinunciare sempre più al compito della ragione in quanto intelligenza, privandosi delle possibilità di arrivare alla trascendenza, e di proporre verità assolute, fini, valori e norme di carattere incondizionato, postulati dalla legge morale naturale, come ho sottolineato nell’enciclica Veritatis splendor. Di fronte a questo smarrimento del ruolo dell’intelligenza, il carisma domenicano deve ritrovare la sua vocazione all’approfondimento della verità, dell’assoluto, delle ragioni stesse della vita.
 L’uomo del nostro tempo somiglia molto al malcapitato viandante di cui si parla nella parabola del buon Samaritano (cf. Lc 10, 30-37): è spogliato, percosso e ferito; deve pertanto ritrovare Dio, suo fondamento, principio e fine.
 Ancorato al reale e alla ricerca della trascendenza, il vostro carisma profetico non può conformarsi alla mentalità di questo secolo, secondo l’ammonimento dell’apostolo Paolo (cf. Rm 12, 2). Dovete riproporre con forza anche oggi il primato di Dio e la testimonianza del mistero di Cristo, la fedeltà alla Chiesa (cf. Giovanni Poalo II,  Discorso ai Capitolari dei Frati Predicatori, 5 settembre 1983, : Insegnamenti di Giovanni Poalo II, VI, 2 (1983) 387-393). Siete chiamati a mettere al servizio del nostro tempo tale vostra preziosa eredità carismatica. In particolare, Tommaso d’Aquino, che ben può essere detto “Doctor humanitatis” per la sua dedizione appassionata alla verità e per il valore della sua antropologia e della sua metafisica, deve diventare per voi modello di dialogo con la cultura del nostro tempo. Attento alla verità e all’amore per l’uomo, egli ricorda alla cultura teologica del nostro tempo la vigilanza nei confronti delle deviazioni della cultura moderna. La sua fiducia nel potere della verità incoraggia ad assumere il duplice compito di ricerca della verità e di denuncia degli errori. Compito che voi già adempite efficacemente in questa Università e negli Istituti ad essa collegati.
 5. Carissimi Fratelli! Carisma dei Frati Predicatori è di annunciare il Salvatore, proclamare a tutti gli uomini la salvezza in Gesù Cristo, Vangelo del Padre. San Domenico l’ha imparato dall’apostolo Paolo, le cui lettere egli portava sempre con sé, vicino al cuore. Accanto però a tale missione il domenicano è chiamato a penetrare nei misteri di Cristo mediante la preghiera, particolarmente con il Rosario. L’orazione, infatti, fa esercitare in modo sublime l’ufficio di ponte culturale tra Dio e gli uomini del nostro tempo.
 Alla luce dell’eredità del vostro carisma di evangelizzatori e dell’urgenza della sua proiezione nel nostro contesto culturale, risalta l’importanza del tema del Congresso, che avete recentemente celebrato, centrandolo sulla formazione. Chiamati a vivere sui due versanti della contemplazione e della comunicazione delle verità contemplate, “contemplari et contemplata aliis tradere” (Sant'Agostino, Summa theologiae, II-II, 186, 6), è vostro compito fare della formazione dei futuri evangelizzatori uno degli obiettivi primari del vostro impegno nel mondo d’oggi. Con l’ausilio della solida dottrina di San Tommaso, il processo della formazione deve seguire le inclinazioni al bene della natura, per arrivare alla disponibilità alla grazia dello Spirito Santo, così che la personalità dell’evangelizzatore domenicano sia, da una parte, effetto dei doni di Dio, autore della natura e datore della Grazia e, dall’altra, risultato dell’impegno della persona stessa.
 Non si tratta tanto di assumere elementi esterni, ma di sviluppare armonicamente ogni potenzialità già presente nella natura umana. La formazione dell’uomo, infatti, consiste nello sviluppo delle proprie capacità, nella formazione della propria libertà mediante la quale dispone di se stesso (cf. Tommaso, Quaestiones disputatae: “De Magistro”, 11).
 Occorre poi promuovere la maturazione della persona, aiutandola a sviluppare le sue dimensioni socio-culturali, morali, religiose mediante l’uso retto della libertà. La formazione unitaria della personalità umana non può non tendere alla crescita integrale nelle sue relazioni col mondo, con gli altri, e principalmente con Dio. Egli solo è Buono (cf. Mt 19, 17). Questo implica innanzitutto, come ricorda San Tommaso, la formazione etica che ha il primato nella formazione integrale della persona.
 6. Nella perfezione cristiana, inoltre, elementi decisivi sono la grazia e i doni dello Spirito Santo, che viene in aiuto dell’uomo debole e peccatore. La formazione del predicatore è opera della grazia, la quale eleva la natura, infonde le virtù teologali, e rende l’attività dell’uomo capace di tendere a Dio come è in Se stesso. L’uomo perfetto è colui che si conforma a Gesù Cristo, l’uomo in pienezza.
 Carissimi, è questa la vostra grande missione: la formazione iniziale e permanente, sotto l’influsso della grazia di Dio e mediante la luce e la forza dello Spirito. Dal mistero trinitario stesso scaturisce la forza della vostra spiritualità, capace di offrire la “forma mentis et cordis” dell’autentico evangelizzatore per il nostro tempo.
 A Maria, Regina degli Apostoli, affido le vostre fatiche, affinché sia Lei a camminare al vostro fianco, in modo che sappiate portare con letizia e forza all’uomo d’oggi l’annuncio vivificante del Vangelo.
 Con tali auspici, imparto a tutti la benedizione apostolica.
  
(la sottolineatura è nostra)

LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
 AI SEMINARISTI


Cari Seminaristi,
nel dicembre 1944, quando fui chiamato al servizio militare, il comandante di compagnia domandò a ciascuno di noi a quale professione aspirasse per il futuro. Risposi di voler diventare sacerdote cattolico. Il sottotenente replicò: Allora Lei deve cercarsi qualcos’altro. Nella nuova Germania non c’è più bisogno di preti. Sapevo che questa “nuova Germania” era già alla fine, e che dopo le enormi devastazioni portate da quella follia sul Paese, ci sarebbe stato bisogno più che mai di sacerdoti. Oggi, la situazione è completamente diversa. In vari modi, però, anche oggi molti pensano che il sacerdozio cattolico non sia una “professione” per il futuro, ma che appartenga piuttosto al passato. Voi, cari amici, vi siete decisi ad entrare in seminario, e vi siete, quindi, messi in cammino verso il ministero sacerdotale nella Chiesa Cattolica, contro tali obiezioni e opinioni. Avete fatto bene a farlo. Perché gli uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità. Dove l’uomo non percepisce più Dio, la vita diventa vuota; tutto è insufficiente. L’uomo cerca poi rifugio nell’ebbrezza o nella violenza, dalla quale proprio la gioventù viene sempre più minacciata. Dio vive. Ha creato ognuno di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo per le nostre piccole cose: “I capelli del vostro capo sono tutti contati”. Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori, oggi, domani e sempre, fino a quando esisterà.
Il seminario è una comunità in cammino verso il servizio sacerdotale. Con ciò, ho già detto qualcosa di molto importante: sacerdoti non si diventa da soli. Occorre la “comunità dei discepoli”, l’insieme di coloro che vogliono servire la comune Chiesa. Con questa lettera vorrei evidenziare – anche guardando indietro al mio tempo in seminario – qualche elemento importante per questi anni del vostro essere in cammino.
1. Chi vuole diventare sacerdote, dev’essere soprattutto un “uomo di Dio”, come lo descrive san Paolo (1 Tm 6,11). Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi. Perciò la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra gli uomini. Vuole condurre a Dio e così far crescere anche la vera comunione degli uomini tra di loro. Per questo, cari amici, è tanto importante che impariate a vivere in contatto costante con Dio. Quando il Signore dice: “Pregate in ogni momento”, naturalmente non ci chiede di dire continuamente parole di preghiera, ma di non perdere mai il contatto interiore con Dio. Esercitarsi in questo contatto è il senso della nostra preghiera. Perciò è importante che il giorno incominci e si concluda con la preghiera. Che ascoltiamo Dio nella lettura della Scrittura. Che gli diciamo i nostri desideri e le nostre speranze, le nostre gioie e sofferenze, i nostri errori e il nostro ringraziamento per ogni cosa bella e buona, e che in questo modo Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita. Così diventiamo sensibili ai nostri errori e impariamo a lavorare per migliorarci; ma diventiamo sensibili anche a tutto il bello e il bene che riceviamo ogni giorno come cosa ovvia, e così cresce la gratitudine. Con la gratitudine cresce la gioia per il fatto che Dio ci è vicino e possiamo servirlo.
2. Dio non è solo una parola per noi. Nei Sacramenti Egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Il centro del nostro rapporto con Dio e della configurazione della nostra vita è l’Eucaristia. Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona, dev’essere il centro di tutte le nostre giornate. San Cipriano ha interpretato la domanda del Vangelo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, dicendo, tra l’altro, che “nostro” pane, il pane che possiamo ricevere da cristiani nella Chiesa, è il Signore eucaristico stesso. Nella domanda del Padre Nostro preghiamo quindi che Egli ci doni ogni giorno questo “nostro” pane; che esso sia sempre il cibo della nostra vita. Che il Cristo risorto, che si dona a noi nell’Eucaristia, plasmi davvero tutta la nostra vita con lo splendore del suo amore divino. Per la retta celebrazione eucaristica è necessario anche che impariamo a conoscere, capire e amare la liturgia della Chiesa nella sua forma concreta. Nella liturgia preghiamo con i fedeli di tutti i secoli – passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera. Come posso affermare per il mio cammino personale, è una cosa entusiasmante imparare a capire man mano come tutto ciò sia cresciuto, quanta esperienza di fede ci sia nella struttura della liturgia della Messa, quante generazioni l’abbiano formata pregando.
3. Anche il sacramento della Penitenza è importante. Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce all’umiltà. Il Curato d’Ars ha detto una volta: Voi pensate che non abbia senso ottenere l’assoluzione oggi, pur sapendo che domani farete di nuovo gli stessi peccati. Ma – così dice – Dio stesso dimentica al momento i vostri peccati di domani, per donarvi la sua grazia oggi. Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così. È importante restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità e per il miglioramento. E, nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo.
4. Mantenete pure in voi la sensibilità per la pietà popolare, che è diversa in tutte le culture, ma che è pur sempre molto simile, perché il cuore dell’uomo alla fine è lo stesso. Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa. La fede si è fatta carne e sangue. Certamente la pietà popolare dev’essere sempre purificata, riferita al centro, ma merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale “Popolo di Dio”.
5. Il tempo in seminario è anche e soprattutto tempo di studio. La fede cristiana ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale. Senza di essa la fede non sarebbe se stessa. Paolo parla di una “forma di insegnamento”, alla quale siamo stati affidati nel battesimo (Rm 6,17). Voi tutti conoscete la parola di San Pietro, considerata dai teologi medioevali la giustificazione per una teologia razionale e scientificamente elaborata: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ‘ragione’ (logos) della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). Imparare la capacità di dare tali risposte, è uno dei principali compiti degli anni di seminario. Posso solo pregarvi insistentemente: Studiate con impegno! Sfruttate gli anni dello studio! Non ve ne pentirete. Certo, spesso le materie di studio sembrano molto lontane dalla pratica della vita cristiana e dal servizio pastorale. Tuttavia è completamente sbagliato porre sempre subito la domanda pragmatica: Mi potrà servire questo in futuro? Sarà di utilità pratica, pastorale? Non si tratta appunto soltanto di imparare le cose evidentemente utili, ma di conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità, così che essa diventi risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi. Perciò è importante andare oltre le mutevoli domande del momento per comprendere le domande vere e proprie e capire così anche le risposte come vere risposte. È importante conoscere a fondo la Sacra Scrittura interamente, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento: la formazione dei testi, la loro peculiarità letteraria, la graduale composizione di essi fino a formare il canone dei libri sacri, l’interiore unità dinamica che non si trova in superficie, ma che sola dà a tutti i singoli testi il loro significato pieno. È importante conoscere i Padri e i grandi Concili, nei quali la Chiesa ha assimilato, riflettendo e credendo, le affermazioni essenziali della Scrittura. Potrei continuare in questo modo: ciò che chiamiamo dogmatica è il comprendere i singoli contenuti della fede nella loro unità, anzi, nella loro ultima semplicità: ogni singolo particolare è alla fine solo dispiegamento della fede nell’unico Dio, che si è manifestato e si manifesta a noi. Che sia importante conoscere le questioni essenziali della teologia morale e della dottrina sociale cattolica, non ho bisogno di dirlo espressamente. Quanto importante sia oggi la teologia ecumenica, il conoscere le varie comunità cristiane, è evidente; parimenti la necessità di un orientamento fondamentale sulle grandi religioni, e non da ultima la filosofia: la comprensione del cercare e domandare umano, al quale la fede vuol dare risposta. Ma imparate anche a comprendere e - oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore. Ora non voglio continuare ad elencare, ma solo dire ancora una volta: amate lo studio della teologia e seguitelo con attenta sensibilità per ancorare la teologia alla comunità viva della Chiesa, la quale, con la sua autorità, non è un polo opposto alla scienza teologica, ma il suo presupposto. Senza la Chiesa che crede, la teologia smette di essere se stessa e diventa un insieme di diverse discipline senza unità interiore.
6. Gli anni nel seminario devono essere anche un tempo di maturazione umana. Per il sacerdote, il quale dovrà accompagnare altri lungo il cammino della vita e fino alla porta della morte, è importante che egli stesso abbia messo in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima, e che sia umanamente “integro”. La tradizione cristiana, pertanto, ha sempre collegato con le “virtù teologali” anche le “virtù cardinali”, derivate dall’esperienza umana e dalla filosofia, e in genere la sana tradizione etica dell’umanità. Paolo lo dice ai Filippesi in modo molto chiaro: “In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4,8). Di questo contesto fa parte anche l’integrazione della sessualità nell’insieme della personalità. La sessualità è un dono del Creatore, ma anche un compito che riguarda lo sviluppo del proprio essere umano. Quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo. Oggi vediamo questo in molti esempi nella nostra società. Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con l’abuso sessuale di bambini e giovani. Anziché portare le persone ad un’umanità matura ed esserne l’esempio, hanno provocato, con i loro abusi, distruzioni di cui proviamo profondo dolore e rincrescimento. A causa di tutto ciò può sorgere la domanda in molti, forse anche in voi stessi, se sia bene farsi prete; se la via del celibato sia sensata come vita umana. L’abuso, però, che è da riprovare profondamente, non può screditare la missione sacerdotale, la quale rimane grande e pura. Grazie a Dio, tutti conosciamo sacerdoti convincenti, plasmati dalla loro fede, i quali testimoniano che in questo stato, e proprio nella vita celibataria, si può giungere ad un’umanità autentica, pura e matura. Ciò che è accaduto, però, deve renderci più vigilanti e attenti, proprio per interrogare accuratamente noi stessi, davanti a Dio, nel cammino verso il sacerdozio, per capire se ciò sia la sua volontà per me. È compito dei padri confessori e dei vostri superiori accompagnarvi e aiutarvi in questo percorso di discernimento. È un elemento essenziale del vostro cammino praticare le virtù umane fondamentali, con lo sguardo rivolto al Dio manifestato in Cristo, e lasciarsi, sempre di nuovo, purificare da Lui.
7. Oggi gli inizi della vocazione sacerdotale sono più vari e diversi che in anni passati. La decisione per il sacerdozio si forma oggi spesso nelle esperienze di una professione secolare già appresa. Cresce spesso nelle comunità, specialmente nei movimenti, che favoriscono un incontro comunitario con Cristo e la sua Chiesa, un’esperienza spirituale e la gioia nel servizio della fede. La decisione matura anche in incontri del tutto personali con la grandezza e la miseria dell’essere umano. Così i candidati al sacerdozio vivono spesso in continenti spirituali completamente diversi. Potrà essere difficile riconoscere gli elementi comuni del futuro mandato e del suo itinerario spirituale. Proprio per questo il seminario è importante come comunità in cammino al di sopra delle varie forme di spiritualità. I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è comunque solo una. Il seminario è il periodo nel quale imparate l’uno con l’altro e l’uno dall’altro. Nella convivenza, forse talvolta difficile, dovete imparare la generosità e la tolleranza non solo nel sopportarvi a vicenda, ma nell’arricchirvi l’un l’altro, in modo che ciascuno possa apportare le sue peculiari doti all’insieme, mentre tutti servono la stessa Chiesa, lo stesso Signore. Questa scuola della tolleranza, anzi, dell’accettarsi e del comprendersi nell’unità del Corpo di Cristo, fa parte degli elementi importanti degli anni di seminario.
Cari seminaristi! Con queste righe ho voluto mostrarvi quanto penso a voi proprio in questi tempi difficili e quanto vi sono vicino nella preghiera. E pregate anche per me, perché io possa svolgere bene il mio servizio, finché il Signore lo vuole. Affido il vostro cammino di preparazione al Sacerdozio alla materna protezione di Maria Santissima, la cui casa fu scuola di bene e di grazia. Tutti vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.
Dal Vaticano, 18 ottobre 2010, Festa di San Luca, Evangelista.

Vostro nel Signore
 BENEDETTO PP. XVI











 PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
CONFERENZA DI S.Em. ENNIO CARD. ANTONELLI
 PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA
La missione educativa della famiglia oggi
Santiago de Compostela
 4 settembre 2010
  
1. Saluto
Saluto con fraterna amicizia nel Signore e con grande gioia S.E. l’Arcivescovo Mons. Julián Barrio Barrio e tutti voi che partecipate a questo incontro. Il tema sul quale rifletteremo insieme questa sera è di fondamentale importanza per le persone, per la società e per la chiesa. “La missione educativa della famiglia oggi”: è una missione assai difficile e nello stesso tempo più necessaria che mai per la formazione umana e cristiana. Dobbiamo sostenerla non solo con la riflessione e l’impegno, ma anche e soprattutto con la preghiera. Il Signore benedica con la sua grazia la famiglia “scuola di umanità e di vita cristiana”. Lo chiediamo per intercessione della Vergine Maria e di S.Giacomo, primo evangelizzatore della Spagna, difensore della fede nel medioevo, costruttore della coscienza nazionale ed europea.

2. Crisi della famiglia nella società di oggi
A partire dalla rivoluzione industriale, il lavoro produttivo di beni e di reddito, affidato soprattutto all’uomo, si concentra nella fabbrica e viene retribuito in denaro, mentre il lavoro domestico non retribuito è lasciato alla donna. Così l’uomo si allontana dalla famiglia e abdica alla sua responsabilità educativa nei confronti dei figli, privandoli del ruolo decisivo della figura paterna. A sua volta la donna si sente economicamente e socialmente discriminata. E’ tentata di omologarsi al modello maschile e di cercare anche lei la propria affermazione personale nel lavoro extradomestico, nella professione, nella carriera. Percepisce la famiglia come un ostacolo alla sua riuscita personale, arrivando a volte a rinunciare al matrimonio e ai figli. Molte donne al contrario rinunciano al lavoro o a un livello professionale più elevato, per dedicarsi ai figli e alla famiglia, spesso soffrendo anch’esse dell’incompatibilità tra famiglia e lavoro.
Con l’espandersi dell’economia dei servizi e con la rivoluzione informatica, si moltiplicano per le donne le opportunità di lavoro e quindi di indipendenza finanziaria. Rimane però molto forte la divaricazione tra lavoro e la famiglia; le esigenze e i tempi dell’uno mal si conciliano con quelli dell’altra. Da alcuni la famiglia viene perfino considerata un ostacolo all’efficienza produttiva del sistema e allo sviluppo sociale, mentre il single è ritenuto più funzionale, perché è in grado di offrire più mobilità, più disponibilità di tempo e di energie, più propensione ai consumi.
Nella cultura dominante si è affermato un processo di privatizzazione della famiglia, considerata soprattutto come luogo di gratificazione affettiva, sentimentale e sessuale degli adulti. Viene pubblicizzato come ideale di vita il benessere individuale, gettando discredito sui legami stabili del matrimonio e della genitorialità, promuovendo l’esercizio puramente ludico della sessualità. Non si tiene conto dell’importanza del rapporto stabile di coppia e del bene prioritario che sono i bambini. Si percepisce la famiglia non come una piccola comunità, soggetto di diritti e di doveri, ma come una somma di individui che abitano temporaneamente sotto lo stesso tetto per convergenza di interessi; non come una risorsa per la società da valorizzare, ma come un insieme di bisogni e desideri individuali a cui provvedere secondo le possibilità.
E’ in questo contesto che assume proporzioni sempre più preoccupanti la triplice crisi del matrimonio, della natalità e dell’educazione. Il numero annuo dei divorzi nell’Unione Europea è pari alla metà dei matrimoni. Le persone sole sono già 55 milioni corrispondenti al 29% delle abitazioni, ma si prevede che saliranno presto fino al 40%. Si moltiplicano le forme di convivenza: famiglie monoparentali, famiglie ricomposte, convivenze di fatto, convivenze omosessuali. Non manca chi considera la famiglia fondata sul matrimonio un residuo storico del passato e ne auspica la sparizione in un futuro non molto lontano. Nell’Unione Europea i 2/3 delle famiglie sono senza figli; l’indice medio di fecondità per donna è di 1,56, al di sotto della quota di ricambio generazionale (2,1 per donna). L’insufficienza dell’educazione è messa in risalto dalla larga diffusione tra i giovani di atteggiamenti negativi e devianze sociali. Molti di essi, anche se economicamente benestanti, crescono poveri di ideali e di speranze, spiritualmente vuoti, interessati solo al tifo sportivo, alle canzoni di successo, ai vestiti firmati, ai viaggi pubblicizzati, alle emozioni del sesso. Spesso, per uscire dalla noia e dall’insicurezza, si mettono in gruppo e diventano trasgressivi: bullismo, vandalismo, droga, rapine, stupri, delitti. I figli che crescono con un solo genitore hanno doppia probabilità di delinquere rispetto a quelli che vivono insieme con ambedue i genitori. Un quarto dei figli di genitori separati presenta problemi duraturi di equilibrio psichico, di rendimento scolastico e di adattamento sociale in misura doppia rispetto ai figli di genitori uniti, perché i bambini hanno un vitale bisogno di essere amati da genitori che si vogliono bene innanzitutto tra loro.
Alla crisi del matrimonio, della natalità e dell’educazione corrisponde la crisi della società europea, che appare piuttosto stanca e decadente. L’opinione pubblica è sensibile soprattutto al mercato e ai diritti individuali. Mancano ideali, speranze, progetti condivisi. Mancano la gioia di vivere e la fiducia verso il futuro. Con il progressivo invecchiamento della popolazione si prospettano anche gravi problemi economici: diminuiranno le forze produttive e aumenteranno le spese per le pensioni, la sanità e l’assistenza, dato che nel 2050 per ogni 100 lavoratori ci saranno 75 pensionati e ogni lavoratore dovrà provvedere a circa del sostentamento di un pensionato.
Per lo sviluppo sono necessari l’equilibrio demografico e la formazione del cosiddetto capitale umano. Occorre trattare le questioni della famiglia a partire dalla prospettiva dei figli. Se si privilegiassero i bambini e il loro bene, cambierebbe la percezione del divorzio, della procreazione artificiale, della pretesa all’adozione da parte di singles e coppie omosessuali, della corsa alla carriera professionale, dell’organizzazione del lavoro; si riscoprirebbe che la famiglia fondata sul matrimonio è davvero una risorsa per la società, un soggetto di interesse pubblico non equiparabile ad altre forme di convivenza di carattere privato.

3. La famiglia istituzione della gratuità
I beni possono essere strumentali in quanto voluti in funzione di qualcos’altro oppure possono essere gratuiti in quanto voluti per se stessi come un fine. Del primo tipo sono le cose utili, i servizi, la tecnologia, la ricchezza; del secondo tipo sono la contemplazione della natura, la poesia, la musica, l’arte, la festa, l’amicizia, la preghiera. Sia i beni strumentali sia i beni gratuiti sono necessari per la vita e la felicità dell’uomo e vanno perseguiti in modo ordinato secondo la gerarchia dei valori e al momento opportuno.
Le persone, sebbene da esse si possano ottenere molti benefici, non devono mai essere ridotte a puro strumento. Solo l’amore gratuito è all’altezza della loro dignità. E’ lecito e anche necessario cercare negli altri il proprio utile, ma sarebbe cieco egoismo e grave disordine morale ridurre a questo il rapporto con loro. Gli altri sono un bene in se stessi e devo cercare il loro bene con la stessa serietà con cui cerco il mio; devo farmi carico, secondo le mie possibilità, della loro crescita umana, affrontando anche il sacrificio e portando il peso dei loro limiti e peccati, come ha fatto Gesù nei confronti di tutti gli uomini.
Come il mercato è l’istituzione tipica dello scambio di beni strumentali, così la famiglia è l’istituzione paradigmatica della gratuità e dell’amore. In una famiglia autentica ognuno considera gli altri non solo come un bene utile per la propria vita, ma come un bene in se stessi, un bene insostituibile, senza prezzo. Se c’è un’attenzione preferenziale è per i più deboli: bambini, malati, disabili, anziani.
Nella famiglia l’amore fa condividere il vissuto quotidiano, il presente e il futuro, la totalità della vita. Integra nella relazione tra i coniugi l’impegno del matrimonio, l’affetto reciproco, l’attrazione sessuale. Porta i genitori a elargire ai figli i beni materiali e spirituali, dedicandosi alla loro cura ed educazione.
Tutti i membri della famiglia si educano reciprocamente. I coniugi si educano l’un l’altro; i genitori educano i figli e anche i figli educano i genitori. Tuttavia è peculiare la responsabilità dei genitori nei confronti dei figli. Una buona relazione educativa comporta tenerezza e affetto, ragionevolezza e autorità. Il clima di amore e di fiducia, l’esempio e l’esperienza concreta, l’esercizio quotidiano conferiscono all’educazione familiare una speciale efficacia, che fa interiorizzare e assimilare i valori, le norme, gli insegnamenti come esigenze vitali di crescita personale. I figli vengono accompagnati a superare il narcisismo infantile, ad aprirsi agli altri, ad affrontare le sfide e le prove della vita, a sviluppare personalità equilibrate, solide e affidabili, costruttive e creative.
La famiglia, nella misura in cui è unita e aperta, alimenta in tutti i suoi membri e specialmente nei figli le cosiddette virtù sociali: il rispetto per la dignità di ogni persona, la fiducia in se stessi, negli altri e nelle istituzioni, la responsabilità per il bene proprio e degli altri, la sincerità, la fedeltà, il perdono, la condivisione, la laboriosità, la collaborazione, la progettualità, la sobrietà, la propensione al risparmio, la generosità verso i poveri, l’impegno fino al sacrificio e altre virtù preziose per la coesione e lo sviluppo della società.
Le virtù sociali incidono positivamente anche nell’economia. Oggi le imprese diventano sempre più immateriali e relazionali; più che il capitale fisico, richiedono le risorse umane: conoscenza, idee nuove, iniziativa, gusto del lavoro, capacità di progettare e lavorare insieme, impegno per il bene comune, affidabilità. Il mercato, istituzione dello scambio utilitario, ha bisogno di energie morali, di fiducia, gratuità e solidarietà, che vengono generate specialmente dalla famiglia istituzione del dono. E’ questo l’insegnamento di Benedetto XVI nell’ultima enciclica Caritas in Veritate: “Anche nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono possono e devono trovare posto dentro la normale attività economica” (Benedetto XVI, CV  36). L’ipertrofia dell’utilitarismo, che porta a cercare il massimo profitto ad ogni costo, finisce per danneggiare il bene comune della società e pregiudicare la stessa felicità individuale, che in realtà dipende più dalla qualità delle relazioni che dall’aumento del reddito.

4. Sostegno culturale e politico alla famiglia
Le famiglie fondate sul matrimonio offrono alla società beni essenziali attraverso la generazione dei nuovi cittadini e l’incremento delle virtù sociali. Perciò hanno diritto a un adeguato riconoscimento culturale, giuridico, economico. Trenta anni fa Giovanni Paolo II lanciava questo appello: “Le famiglie devono essere le prime a far sì che le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non danneggino, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri delle famiglie. In questo senso devono crescere nella consapevolezza di essere protagoniste della cosiddetta politica familiare e assumersi la responsabilità di trasformare la società; altrimenti le famiglie saranno le prime vittime di quei mali che si sono limitate ad osservare con indifferenza” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 44).
Questo appello non è caduto nel vuoto; sta avendo una risposta sempre più vigorosa nell’attività delle associazioni familiari. Attività multiforme: animazione culturale nelle scuole, nelle parrocchie, nelle diocesi, nei media (stampa, radio, televisione, internet); organizzazione di eventi con risonanza nell’opinione pubblica; progetti ed esperienze pilota di città amica delle famiglie; pressione sui responsabili delle istituzioni comunali, regionali, nazionali, internazionali per una amministrazione e una politica favorevole alle famiglie; promozione di incontri di studio e di proposta; monitoraggio delle attività parlamentari; formazione di uomini politici e di operatori della cultura e della comunicazione sociale, motivati e competenti.
Da parte della Chiesa, è necessario che l’azione pastorale a diversi livelli (nazionale, diocesano, parrocchiale) motivi fortemente le famiglie ad aderire in massa alle associazioni familiari di impegno civile, coerenti con il Vangelo, perché abbiano peso nell’opinione pubblica e nella politica.
Le associazioni familiari di ispirazione cristiana chiedono che non si guardi alla famiglia come a una somma di individui e di bisogni individuali, ma la si veda come una preziosa e necessaria risorsa per la società da sostenere e valorizzare; si adoperano perché siano rivalutate culturalmente la maternità e la paternità come ruoli importanti per la maturazione umana e la felicità delle donne e degli uomini e per il bene dei figli e della società; rivendicano provvedimenti per incentivare la stabilità delle coppie, la natalità, la responsabilità educativa.

5. Eclissi di Dio in Europa
L’Europa di oggi si presenta come il continente più secolarizzato. Molto scarsa è la partecipazione alle celebrazioni religiose (in particolare la Messa della Domenica). La religione da moltissima gente viene considerata poco rilevante per la vita. Si diffondono ateismo e nihilismo, negazione di Dio e della dignità trascendente dell’uomo (cfr. Fides et Ratio 90). La chiesa è accusata di essere antimoderna, nemica del progresso, della libertà e della gioia di vivere, perché disapprova i rapporti sessuali fuori del matrimonio, la contraccezione, l’aborto, il divorzio, l’omosessualità.
Alla crisi religiosa si associa un pesante degrado etico: individualismo e soggettivismo, egoismo proteso al profitto, al potere e al piacere, menzogna, conflittualità, violenza, disordine economico, corruzione politica, esercizio esclusivamente ludico della sessualità, dilagante crisi della famiglia (divorzio, convivenze irregolari, aborto, contraccezione, denatalità, carenza educativa).
La sfida indubbiamente è dura e pericolosa; ma può offrire l’opportunità di una scelta di fede e di vita cristiana più personale, consapevole, libera, controcorrente, coraggiosa. Di fatto vediamo una fioritura di movimenti, associazioni, nuove comunità, nuclei impegnati di cristiani e di famiglie cristiane in moltissime parrocchie. Sono un dono dello Spirito Santo, rispondente alle necessità del nostro tempo, e un forte motivo di speranza per il futuro, energie nuove per la nuova evangelizzazione. Costituiscono un valido riferimento per i cristiani mediocri, per le famiglie in crisi e per i non credenti.
Del resto, malgrado la secolarizzazione, rimane nella gente un diffuso bisogno di spiritualità e la devozione popolare continua a prosperare in vari Paesi d’Europa: lo indicano eloquentemente i pellegrinaggi ai santuari, più affollati che mai.
In un tempo di crisi delle ideologie e di sfiducia nelle dottrine, il fascino della santità vissuta rimane intatto. Nella lettera apostolica Novo Millennio Ineunte a conclusione del grande Giubileo, Giovanni Paolo II affermava: “Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in un certo senso di farlo loro vedere” (NMI, 16). In questa prospettiva egli additava, come prioritaria e decisiva, la testimonianza delle famiglie cristiane esemplari. “Ogni famiglia è una luce! (…) Nella Chiesa e nella società questa è l’ora della famiglia. Essa è chiamata a un ruolo di primo piano nell’opera della nuova evangelizzazione” (Discorso all’Incontro Mondiale delle Famiglie, 8.10.1994, n. 6). “Chiesa santa di Dio, tu non puoi compiere la tua missione nel mondo, se non attraverso la famiglia e la sua missione!” (Discorso alle famiglie neocatecumenali, 30.12.1988).

6. La famiglia cristiana evangelizzata ed evangelizzante
La Chiesa ha la missione di evangelizzare con la vita e la parola. Gesù Cristo l’ha voluta come luce del mondo, città sul monte, luce sul candelabro, sale della terra (cfr. Mt 5,13-14), suo corpo (cfr. 1Cor 12,27), cioè sua espressione visibile, suo sacramento, per continuare a manifestare la sua presenza nella storia, comunicare a tutti il suo amore, attrarre a sè gli uomini e prepararli alla salvezza eterna. La sacramentalità della Chiesa comprende sia la santità oggettiva dei beni salvifici (Vangelo, sacramenti, eucaristia, ministeri, carismi) sia la santità soggettiva dei credenti, nella misura in cui questi accolgono l’amore di Cristo, lo vivono, lo portano e lo manifestano agli altri. Cooperando con la grazia dello Spirito Santo, la Chiesa consente a Cristo di agire in lei e attraverso di lei nel mondo. Non solo lo annuncia, ma in qualche modo lo fa anche vedere, poiché essa evangelizza con quello che è e vive, non solo con quello che fa e dice.
Dentro il sacramento generale della salvezza, che è la Chiesa, la famiglia cristiana è sacramento particolare della comunione con Dio e tra gli uomini.
Secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II, la famiglia, già come realtà semplicemente naturale, trova la sua sorgente e il suo modello nella Trinità divina. “L’immagine divina si realizza non soltanto nell’individuo, ma anche in quella singolare comunione di persone che è formata da un uomo e da una donna, uniti a tal punto nell’amore da diventare una sola carne. E’ scritto infatti: a immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò (Gen 1, 27)” (Messaggio per la giornata della pace 1994, n. 1). “Il noi divino costituisce il modello eterno del noi umano; di quel noi innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza di Dio” (Giovanni Paolo II, Gravissimam Sane, 6). Dunque ogni comunione di persone fondata sull’amore è in qualche modo un riflesso di Dio amore, uno e trino. Ma la famiglia lo è in modo specifico, tanto da meritare la qualifica di sacramento primordiale della creazione. Fin dall’inizio della storia “si costituisce un primordiale sacramento, inteso quale segno che trasmette efficacemente nel mondo visibile il mistero invisibile nascosto in Dio dall’eternità. E’ questo il mistero della Verità e dell’Amore, il mistero della vita divina, alla quale l’uomo partecipa realmente” (Catechesi  20.02.1980, n. 3).
Il matrimonio, già realtà sacramentale in virtù della stessa creazione, è stato elevato da Gesù Cristo a sacramento della nuova ed eterna alleanza (cfr. Giovanni Paolo II, FC 19), “rappresentazione reale (…) del suo stesso rapporto con la Chiesa” (FC 13). Il Signore Gesù, sposo della Chiesa, comunica ai coniugi il suo Spirito, il suo amore per la Chiesa, maturato fino al sacrificio supremo della croce (cfr. FC 19), in modo che il loro amore reciproco sia alimentato dal suo stesso amore sponsale, sia elevato a carità coniugale e prefiguri le nozze eterne dell’amore e della gioia, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15, 28). Nella famiglia cristiana il sacramento della nuova alleanza porta a compimento il sacramento primordiale della creazione; perfeziona la partecipazione e la manifestazione della comunione trinitaria.
La famiglia cristiana “piccola Chiesa” (o chiesa domestica) non è un modo di dire, una metafora, per suggerire una vaga somiglianza. Si tratta, invece di una attuazione della Chiesa, specifica e reale; di una comunità salvata e salvante, evangelizzata ed evangelizzante come la Chiesa. Ascoltiamo ancora Giovanni Paolo II “(I coniugi) non solo ricevono l’amore di Cristo, diventando comunità salvata, ma sono anche chiamati a trasmettere ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando comunità salvante” (FC 49). Perciò la famiglia cristiana partecipa alla sacramentalità della chiesa, è anch’essa sacramento della presenza di Cristo. Come la Chiesa, evangelizza innanzitutto con quello che è e poi con quello che fa e dice; prende parte alla missione evangelizzatrice impegnando “se stessa nel suo essere e agire, in quanto intima comunità di vita e di amore” (FC  50). Il suo essere in Cristo comunità di vita e di amore si ripercuote in tutto il suo agire: prestazione di aiuto reciproco, procreazione generosa e responsabile, educazione dei figli, contributo alla coesione e allo sviluppo della società, impegno civile, servizio caritativo, impegno di apostolato e partecipazione alle attività ecclesiali (cfr. FC 17).
La famiglia cristiana è stata da sempre la prima via di trasmissione della fede e anche oggi ha grandi possibilità di evangelizzazione. Può evangelizzare nella propria casa con l’amore reciproco, la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, la catechesi familiare, l’edificazione scambievole. Può evangelizzare nel suo ambiente mediante le relazioni con i vicini, i parenti, gli amici, i colleghi di lavoro, la scuola, i compagni di sport e divertimento. Può evangelizzare in parrocchia mediante la fedele partecipazione alla Messa domenicale, la collaborazione al cammino catechistico dei figli, la partecipazione a incontri di famiglie, movimenti e associazioni, la vicinanza alle famiglie in difficoltà, l’animazione di itinerari di preparazione al matrimonio. Può evangelizzare nella società civile dandole nuovi cittadini, incrementando le virtù sociali, aiutando le persone bisognose, aderendo alle associazioni familiari per promuovere una cultura e una politica più favorevole alle famiglie e ai loro diritti (cfr. FC  44).
Per evangelizzare non basta essere battezzati; non basta neppure essere praticanti della domenica, se non si ha uno stile di vita coerente col Vangelo. Occorre una robusta spiritualità. “Le sfide e le speranze che sta vivendo la famiglia cristiana – dice Giovanni Paolo II – esigono che un numero sempre maggiore di famiglie scopra e metta in pratica una solida spiritualità familiare nella trama quotidiana della propria esistenza” (Discorso, 12.10.1988). La solida spiritualità, di cui parla il Papa, va intesa come rapporto vivo con Cristo vivo e presente, in virtù dello Spirito; rapporto coltivato con l’ascolto della Parola, la partecipazione all’Eucaristia, la frequenza al sacramento della penitenza; rapporto vissuto concretamente nelle relazioni e attività quotidiane, sia all’interno che all’esterno della famiglia, in atteggiamento permanente di conversione; rapporto da cui attingere un di più di amore e unità, generosità e coraggio, sacrificio e perdono, gioia e bellezza.
Per avere famiglie di “solida spiritualità”, evangelizzate ed evangelizzanti, occorre una seria preparazione al matrimonio, come cammino teorico e pratico di sequela del Signore Gesù e di conversione. “La preparazione al matrimonio – dice Giovanni Paolo II – va vista e attuata come un processo graduale e continuo. Essa, infatti, comporta tre principali momenti: una preparazione remota, una prossima e una immediata” (FC 66), rispettivamente destinate a bambini e adolescenti, ai fidanzati, ai prossimi sposi. Inoltre Giovanni Paolo II auspica che la preparazione prossima, quella dei fidanzati, tenda sempre più a diventare “un itinerario di fede” (FC 51) simile a “un cammino catecumenale” (FC 66). Questa indicazione merita di essere presa in seria considerazione, cercando di offrire almeno opportunità differenziate, corsi brevi o itinerari prolungati, secondo il bisogno e la disponibilità delle coppie. Si potranno così avere famiglie più stabili (la appropriata preparazione al matrimonio abbassa del 30% le probabilità di divorzio), famiglie capaci di testimoniare la fede, di svolgere servizi a favore di altre famiglie, di animare le attività catechistiche, caritative, culturali, sociali.
Una seria preparazione al matrimonio è necessaria, ma non è sufficiente. Giovanni Paolo II raccomandava anche l’accompagnamento delle coppie dopo il matrimonio, “la cura pastorale della famiglia regolarmente costituita” (FC 69). Anche questa indicazione deve entrare sempre più nella pastorale ordinaria delle comunità ecclesiali mediante una varietà di iniziative: proposta della preghiera in famiglia con sussidi adatti per ascoltare insieme e vivere la Parola di Dio; incontri periodici tra famiglie per costruire una rete di amicizia e solidarietà, umanamente e spiritualmente significativa; piccole comunità familiari di evangelizzazione; coinvolgimento sistematico delle famiglie nel percorso di iniziazione cristiana dei figli dal battesimo, alla cresima, alla comunione eucaristica; promozione delle associazioni, dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali, realtà preziose per la formazione spirituale, l’apostolato e la stessa pastorale ordinaria; sostegno alle associazioni familiari di impegno civile (cfr. FC  22).

7. Conclusione
Nella misura in cui sono adulti nella fede, i cristiani condividono l’amore salvifico di Cristo per tutti gli uomini e per tutto ciò che è autenticamente umano e lo esprimono mediante la preghiera, il sacrificio, la testimonianza, l’annuncio del Vangelo, l’animazione delle realtà terrene. In quanto cooperatori del Salvatore, possono in vario modo raggiungere e disporre della salvezza anche quelli che sulla terra non arrivano alla piena adesione a Cristo e rimangono fuori dei confini visibili della Chiesa. Valorizzate da lui come sacramento, cioè suo segno e strumento, le comunità ecclesiali e le famiglie cristiane possono avere un’efficacia molto più ampia di quanto sia empiricamente verificabile. La prospettiva sacramentale implica l’evangelizzazione intesa come irradiazione e consente di mantenere ferma la fiducia nonostante le difficoltà e gli apparenti insuccessi. “La notte è buia – ha detto Paolo VI – ma non bisogna aver paura della notte, finché ci sono fuochi accesi che illuminano e riscaldano”.




















INTERVENTO DELLA SANTA SEDE
 ALLA 35ª SESSIONE DELLA CONFERENZA GENERALE DELL'UNESCO
 IN OCCASIONE DELLA TAVOLA ROTONDA MINISTERIALE
 SUL TEMA "L'EDUCAZIONE DEVE MIRARE ALL'UNITÀ
 DELLA FAMIGLIA UMANA E AL SUO SVILUPPO NEL BENE"
DISCORSO DI S.E. MONS. ANGELO VINCENZO ZANI
 SOTTO-SEGRETARIO DELLA CONGREGAZIONE
 PER L'EDUCAZIONE CATTOLICA
 Parigi
 Venerdì, 9 ottobre 2009

 Signor Presidente,
la Santa Sede dà grande importanza all'educazione e segue con particolare interesse le questioni educative. Essa condivide gli sforzi della comunità internazionale, affinché l'educazione sia per tutti di qualità e divenga un motore di sviluppo per l'intera famiglia umana. L'educazione contribuisce così alla pace, alla concordia fra i popoli e alla crescita di ogni persona.
 L'educazione svolge un ruolo fondamentale in numerosi ambiti; alcuni di essi sono stati oggetto di ampie riflessioni durante le recenti Conferenze internazionali promosse dall'UNESCO.
L'inclusione nell'educazione, di cui si è parlato nella 48ª Conferenza internazionale sull'educazione (Ginevra, 25-28 novembre 2008), resta una sfida e un obiettivo da raggiungere. La Santa Sede sa che è urgente favorire il maggior accesso possibile all'educazione, ma anche un'inclusione più significativa, per una vera solidarietà. Papa Benedetto XVI ha ricordato di recente che "una solidarietà più ampia a livello internazionale si esprime innanzitutto nel continuare a promuovere, anche in condizioni di crisi economica, un maggior accesso all'educazione, la quale, d'altro canto, è condizione essenziale per l'efficacia della stessa cooperazione internazionale" (Caritas in veritate, n. 61). Di fatto, la problematica dell'inclusione non si limita all'ambito dell'educazione, ma riguarda anche e prima di tutto i diritti dell'uomo e gli orientamenti della politica generale di un paese. Nondimeno, l'educazione e la scuola, ma anche la formazione permanente, sono strumenti efficaci per uscire dall'esclusione.
Un'efficace educazione dell'inclusione esige una pluralità di strutture e di attori educativi, come pure una collaborazione attiva fra le famiglie, gli insegnanti, i professori e gli educatori, i giovani stessi, le organizzazioni non governative, le Chiese, le comunità religiose e altre persone che, a diversi livelli, contribuiscono al processo di formazione. Questa sinergia è un'applicazione del principio fondamentale della sussidiarietà.
La Santa Sede, da parte sua, desidera contribuire al dialogo interculturale e multireligioso, attraverso le sue istituzioni scolastiche e universitarie. Queste ultime offrono una formazione non solo professionale ma anche integrale della persona. Di fatto, la Santa Sede è ben consapevole delle crescenti possibilità insite nell'incontro fra le culture, "dando spazio a nuove prospettive di dialogo interculturale, un dialogo che, per essere efficace, deve avere come punto di partenza l'intima consapevolezza della specifica identità dei vari interlocutori" (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 26). Di fatto, i progetti educativi che s'impegnano a includere la prospettiva interculturale possono incorrere in due rischi: quello dell'eclettismo culturale, escludendo così la dimensione critica, o, all'opposto, quello del livellamento delle culture e del conformismo dei comportamenti e degli stili di vita. Se si vuole evitare questi rischi, bisogna ricorrere a una disciplina propria di ogni dialogo che garantisca l'incontro delle diverse identità culturali, in una relazione reciproca giusta e rispettosa.
Se la dimensione religiosa e spirituale è riconosciuta come costitutiva della natura dell'uomo, il dialogo nella scuola può contribuire efficacemente a superare ogni forma di fanatismo e di fondamentalismo. Tutte queste realtà sviano le risorse umane dall'impegno per la pace e la costruzione di un paese. Consapevole di ciò, la Santa Sede continuerà a offrire il proprio contributo attraverso le istituzioni educative cattoliche. Si tratta di circa 200.000 istituti scolastici, frequentati da poco meno di 45 milioni di studenti e con circa 3.500.000 insegnanti, e di circa 1.400 università cattoliche e 800 istituti ecclesiastici.
Il degrado e l'inquinamento ambientali sono spesso l'espressione di una cultura che mina la convivenza umana. Un'educazione sempre più attenta all'ambiente deve aiutare l'uomo a correggere gli eccessi del consumismo. Occorre adottare stili di vita in cui la ricerca della verità, della bellezza e della bontà determini le opzioni personali e collettive e porti così al rispetto per la natura. In effetti, "non si tratta soltanto di trovare tecniche che prevengono i danni, anche se è importante trovare energie alternative e altro. Ma tutto questo non sarà sufficiente se noi stessi non troveremo un nuovo stile di vita, una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne: una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro" (Benedetto XVI,  Incontro con il clero della diocesi di Bressanone, 6 agosto 2008). Per questo, il Papa nella sua ultima Enciclica ricorda che: "servono uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d'un umanesimo nuovo, che permetta all'uomo moderno di ritrovare se stesso" (Caritas in veritate, n. 19).
L'educazione degli adulti e la formazione permanente, tema del prossimo CONFINTEA VI, sono chiamate a favorire da una parte la crescita personale e dall'altra il servizio alla società e al bene comune. L'educazione degli adulti e la formazione permanente s'impongono come un problema urgente a causa delle trasformazioni socioculturali e dei mutamenti all'interno stesso del mondo professionale in cui l'adulto deve essere il soggetto attivo e non la vittima degli eventi. Non bisogna smettere di garantire l'equilibrio armonioso fra i diritti di ogni persona, i suoi doveri nei confronti della sua comunità di appartenenza e la sua responsabilità nelle scelte di vita (matrimonio, famiglia, educazione dei figli).
 Signor Presidente, in una società globalizzata, l'educazione deve mirare all'unità della famiglia umana e al suo sviluppo nel bene, al fine di favorire una cultura rispettosa delle persone e delle comunità e aperta alla trascendenza. Una simile educazione può servire concretamente il processo d'integrazione planetaria. L'urgenza di educare alla cittadinanza attiva e responsabile (cfr Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 42), si coniuga con lo sviluppo armonioso della personalità di ogni uomo chiamato a vivere non solo con gli altri, ma anche per gli altri. 

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